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Japanese fashion in the 80s

Più di qualsiasi altra decade, gli anni '80 in Giappone hanno rappresentato la svolta per l'intero Paese dal punto di vista commerciale raggiungendo l'apice del benessere economico e diventando di fatto una potenza mondiale. Dai tempi difficili fatti di ristrettezze del secondo dopoguerra, il Sol Levante dimostrò di primeggiare in una moltitudine di settori, primo fra tutti quello della tecnologia.

L'Esposizione Universale tenutasi nella prefettura di Osaka nel 1970 fu uno degli eventi con maggiore affluenza al mondo, ponendo così il Giappone sotto una nuova luce: non si trattava più di un Paese lontano e sacrificato dai debiti di guerra, ma un nuovo protagonista e competitor su scala globale.

Il Giappone dunque si mise in competizione con l'Occidente: da una parte ne assorbì usi e costumi, dall'altra iniziò a proporre una identità nuova e propria attraverso forme artistiche.

Japan in the 80s | © soundcloud.com
OXZ - Japanese punk band | © i-d.vice.com
Idols | © tvkirakira.tumblr.com

Preambolo

Durante i primi anni '70 si posero le basi stilistiche di quello che poi è stato definito come "concettuale" durante il boom degli anni '80 e che, inoltre, fu la base creativa e filosofica di per Martin Margiela a partire dal 1979 e l'anno successivo per i "sei di Anversa".


Il primo stilista di grande successo fu Kenzō Takada: dopo gli studi di moda a Tokyo, si trasferì a Parigi e nel 1970 presentò la sua prima collezione al Vivienne Gallery che ebbe un enorme successo, tanto da potergli permette di aprire la sua prima boutique Jungle Jap. L'anno successivo i suoi lavori apparirono su Vogue America ed il mondo ne apprezzò l'estro giocoso, fusione contrastante tra Oriente e Occidente composta da stampe animalier e forme voluminose.

Kenzō fu un punto di riferimento per la moda giapponese in Europa fino al 1999, anno della sua uscita dalla scena, poco dopo avere lanciato la fortunata linea profumi (il marchio tuttavia esiste ancora oggi).

Kenzo | © accademianami.it
Kenzo - Fall 1982 | © vogue.com
Kenzo | © luxuo.com

Kansai Yamamoto tra il 1972 ed il 1973 divenne celebre per i costumi ideati per lo Ziggy Stardust Tour di David Bowie. Nel 1975 fece il suo debutto a Parigi, dove due anni più tardi aprì la sua boutique. Continuò nel tempo la sua collaborazione con Bowie, per cui realizzò numerosi kimono. Nel 2018 lavorò con Louis Vuitton per la realizzazione di stampe e patterns ispirati al teatro Kabuki.

Kansai Yamamoto | © vogue.com
David Bowie in Kansai Yamamoto, 1973 | © vogue.com
David Bowie in Kansai Yamamoto, 1973 | © vogue.com
David Bowie and Kansai Yamamoto | © khaleejtimes.com

Issey Miyake è stato probabilmente il primo stilista ad avere espresso un nuovo modo di concepire gli abiti, in maniera destrutturata.

Dopo gli studi in graphic design, lavorò a New York e Parigi. Tornato a Tokyo nel 1970, fondò il Miyake Design Studio. L'anno successivo presentò la sua prima collezione a New York, a cui seguirono le sfilate di Parigi.

Il suo stile profondamente innovativo, caratterizzato da colori cupi e materiali tecnologici (come la sua famosa stoffa plissettata), è stato fondamentale per lo sviluppo della nuova corrente artistica prima giapponese e poi belga degli anni '80.

Issey Miyake | © artemide.com
Issey Miyake | © agnautacouture.com
Issey Miyake | © agnautacouture.com
Issey Miyake, 1985 | © agnautacouture.com
Issey Miyake | © agnautacouture.com

Junichi Arai è stato il primo grande innovatore e sperimentatore in campo tessile.

Studiò computer, film e metalli partendo a soli 18 anni dall'azienda di famiglia dove venivano realizzati kimono, obi e vestiti da cocktail americani con tessuti metallici e sintetici. Durante gli anni successivi ideò tessuti mai realizzati prima con dei nomi stravaganti come Titanium Poison e Driving Rain.

Il suo incredibile genio fu notato da Issey Miyake e Rei Kawabuko che iniziarono ad utilizzare le sue invenzioni già negli anni '70.

Junichi Arai | © pinterest.com
Junichi Arai | © nytimes.com
Junichi Arai | © pinterest.com

Decostruttivismo e minimalismo

Fino all'inizio degli anni '80, il focus dell'alta moda era concentrato essenzialmente sulle "big four": Parigi, Milano, Londra e New York erano le uniche città che dettavano i canoni estetici e tutto il mondo era rivolto a quelle passerelle per capire cosa indossare. Lo stile imperante era di tipo occidentale e mai prima di quel momento era stato messo in discussione, cambiato o manomesso.

Se da una parte Kenzō Takada ha avuto il merito di essere stato il primo grande stilista giapponese di avere espresso il suo estro fatto di poesia e leggerezza sulle passerelle parigine, fu però la triade composta da Issey Miyake (di cui si è detto prima), Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto a rompere totalmente col passato e cambiare definitivamente direzione. Grazie a loro, la regola delle "big four" venne meno e sia Tokyo che Anversa divennero centri di enorme interesse per l'alta moda.

Rei Kawakubo | © interviewmagazine.com
Comme des Garçons, 1978 | © anothermag.com
Yohji Yamamoto | © wikipedia.com

Rei Kawakubo, dopo una laurea in letteratura presso l'Università privata Keio (la stessa frequentata dalla mangaka Naoko Takeuchi), iniziò a lavorare come stilista freelance nel 1967. Due anni più tardi fondò la sua casa di moda Comme des Garçons e nel 1973 aprì la sua prima boutique a Tokyo.

Yohji Yamamoto, dopo essersi laureato in legge sempre presso l'Università Keio, studiò design della moda al Bunka Fashion College a Tokyo e nel 1977 presentò la sua prima collezione ready to wear.

Nel 1981 Yamamoto presentò la sua prima collezione a Parigi. L'anno successivo fu la volta della Kawakubo, spiazzando completamente la critica. I giornalisti definirono la sua collezione Kawakubo "Hiroshima chic".

Comme des Garçons, Ad | © pinterest.it
Comme des Garçons, Fall 1982 | © pinterest.com
Comme des Garçons, Fall 1982 | © pinterest.com
Comme des Garçons, Ad | © highxtar.com
Comme des Garçons | © fubiz.net
Yohji Yamamoto | © pinterest.com
Yohji Yamamoto | © pinterest.com
Yohji Yamamoto | © pinterest.it
Yohji Yamamoto | © pinterest.it
Yohji Yamamoto | © pinterest.it

I loro abiti, al contrario di tutti quelli realizzati in Occidente, venivano meno a tutte le regole di composizione perseguite fino a quel momento perché non servivano più semplicemente a coprire il corpo ma dovevano esprimere un concetto. I vestiti erano diversi nei tessuti (spesso consunti), nei tagli asimmetrici, nell'assenza di decori, nelle forme e nei colori (austeri, principalmente bianco, nero e grigio).

Si iniziò ad usare il termine "decostruttivismo" per indicare quegli indumenti dai volumi insoliti: i capi tradizionali venivano disfatti e riassemblati dando un senso di indipendenza e non di raziocinio occidentale.

Da un punto di vista economico queste collezioni furono semplicemente un disastro. In Europa shockarono la critica, che non li comprese, ma ebbero un enorme successo di fama: questo stile, che in un primo momento fu definito "minimale", divenne la filosofia anti-edonistica adottata in Belgio da designer come Martin Margiela (definito ai tempi dai francesi la mode Destroy") e successivamente dai "Sei di Anversa" (Dries van Noten, Ann Demeulemeester, Dirk Van Saene, Walter Van Beirendonck, Dirk Bikkembergs e Marina Yee).

Il rimando al Giappone (soprattutto a quello di Rei Kawakubo) lo si ritrova in tutta la filosofia concettuale di Margiela a cominciare dalla sua prima collezione del 1988 in cui presentò le iconiche Tabi shoes, che per molti versi divennero il simbolo della maison.

I tabi in realtà sono una invenzione giapponese risalente al XV secolo, tempo in cui il cotone fu importato dalla Cina e i giapponesi iniziarono a realizzare calze in questo materiale dividendo l'alluce dal resto delle dita dei piedi, in modo da potere indossare le calzature infradito tradizionali.

Martin Margiela | © graduatestore.fr
Maison Margiela | © pinterest.it
Maison Margiela, 1996 | © pinterest.it
Maison Margiela, 1995 | © pinterest.it
Tabi | © focusedcollection.com
Tabi shoes | © pinterest.it
Tabi shoes | © hypebae.com

Rei Kawakubo si fece sostenitrice di una nuova generazione di designer emergenti che abbracciavano quell'approccio non convenzionale, sponsorizzando Junya Watanabe e Undercover.

Il suo merito fu anche quello di approcciarsi alla fotografia di moda in prima persona: dal 1988 al 1991 pubblicò sulla rivista SIX, da lei ideata e curata dal suo collaboratore Atsuko Kozasu. Nel magazine furono pubblicate fotografie in bianco e nero che rappresentavano l'estetica del brand senza l'utilizzo di parole. Gli scatti vennero realizzati da fotografi illustri quali Peter Lindbergh, Bruce Weber e Kishin Shinoyama. Alcuni di loro immortalarono in ritratti senza tempo anche gli abiti della Kawakubo.

SIX magazine, issue number 4 | © artandsmoke.com
Comme des Garçons by Peter Lindbergh | © exibart.com
Comme des Garçons by Peter Lindbergh | © pinterest.it
Comme des Garçons by Peter Lindbergh | © pinterest.it
Comme des Garçons by Peter Lindbergh | © pinterest.it
Comme des Garçons by Bruce Weber | © pinterest.it
Comme des Garçons by Bruce Weber | © pinterest.it
Comme des Garçons by Kishin Shinoyama | © pinterest.it
Comme des Garçons by Kishin Shinoyama | © pinterest.it

Karasu zoku

Il decostruttivismo può essere interpretato come una controcultura della moda alta. Esso ha avuto un impatto enorme non solo in Europa ma ha messo in discussione i valori estetici (ed etici) anche in Giappone. Questo aspetto fu lampante dopo le sfilate parigine di Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo nel quartiere Omotesandō, dove prese piede una corrente che si sviluppò per tutta la decade: il karasu zoku (letteralmente "gruppo di corvi"). Non a caso, sulla copertina del numero 4 di SIX del 1989 vi era proprio un corvo.

Ne facevano parte soprattutto le donne, che giravano per le strade vestite con abiti oversize e total black (in diverse gradazioni) che creavano una silhouette androgina. A completare il look, make up di ispirazione new wave (smokey eyes) e capelli lisci possibilmente con la frangia corta.

L'idea era quella di ricreare in ogni dettaglio gli outfit proposti da Yamamoto e dalla Kawakubo e, chi poteva permetterselo, sfoggiava pezzi originali di Comme de Garçons.

Karasu zoku | © pinterest.it
Karasu zoku | © j-fashion.fandom.com
Karasu zoku | © tumblr.com
Karasu zoku | © pinterest.it

Questa tendenza, proprio perché interpretata soprattutto dalle donne, è stata intesa come una rivolta contro la concezione stereotipata della casalinga giapponese devota al marito. Il karasu zoku è stato paragonato dalla critica al movimento punk inglese (qui per un approfondimento sul punk inglese e la moda): negli anni '80 la new wave si differenziava dal post punk (sempre di quegli anni, di cui si ricordano i dark-punk Siouxsie and the Banshees) per sonorità più vicine al pop ed un look ricercato e raffinato, rappresentato da numerose band come New Order, XTC, The Stranglers, The Cure.

Siouxsie and the Banshees | © ondarock.it
New Order | © consequenceofsound.net
XTC | © tampabay.com
The Stranglers | © inthe80sblog.wordpress.com
The Cure | © last.fm

Kote Kei

Durante gli anni '80 si posero anche le basi per lo sviluppo di quello che negli anni '90 sarà indicato come visual kei, ovvero l'appartenenza alla scena musicale rock giapponese. Il kote kei ne è stato lo stile antesignano: sull'onda della new wave e della musica dark degli anni '80, gli appartenenti a questa frangente sfoggiavano un look con rimandi al punk. al glam rock e al dark. Indossavano abiti in pelle, borchie, fibbie e portavano i capelli cotonati, rimando all'hair metal (Bon Jovi, Europe e Aerosmith) e a Robert Smith.

Kote Kei - Silver Rose | © rozentia-silvery.blogspot.com
Kote Kei - Luna Sea | © rozentia-silvery.blogspot.com
Bon Jovi | © loudersound.com
Europe | © facebook.com
Aerosmith | © amazonaws.com
Robert Smith | © pinterest.it
Robert Smith | © vogue.it

Otome, Kawaii, Idol

Gli stili degli anni '80 in Giappone sono stati influenzati sia dalla musica che dalle riviste di moda.

Nel 1982 la casa editrice Magazine House lanciò la rivista Olive in cui definì lo stile otome grazie alle proposte della stilista giapponese Tsumori Chisato - dopo avere frequentato il Bunka Fashion College, la Chisato nel 1977 lavorò per Issey Miyake prima di lanciare il suo brand personale nel 1990. Il suo stile è famoso per le stampe colorate ispirate al mondo dei manga e all'arte contemporanea.

Olive | © tokyogirlsupdate.com
Olive | © imgur.com
Otome | © artsandculture.google.com
Otome | © artsandculture.google.com

Lo stile otome (traducibile con "maiden"), rappresentato principalmente dal brand Pink House (il cui stile in un secondo momento verrà definito natural kei), rimandava a una moda francese (non a caso si sviluppò dopo le sfilate a Parigi) antica e semplice, fatta di pizzi, fiocchi e merletti, colori tenui come le nuances pastello, richiami vintage, gonne lunghe e scarpe Oxford o mary jane. Ebbe un grandissimo successo tra le ragazze delle superiori.

Tutti i motivi dell'otome rappresentano la base dello stile lolita degli anni '90 e del kawaii - termine giapponese che significa "carino", "adorabile" e che a partire dagli anni '80 diventa una vera e propria sub-cultura che riguarda modi di parlare e di vestire infantili ma anche personaggi di manga, anime e videogiochi.

Non è un caso, quindi, gli che gli anni '80 sono considerati gli anni d'oro delle idol, ovvero delle adolescenti incredibilmente popolari nel mondo dello spettacolo. Le idol sono cantanti, ballerine, attrici, hanno un aspetto dolce e kawaii e hanno un pubblico prevalentemente maschile.

Questo fenomeno nacque negli anni '70 a partire dal film arrivato in Giappone Chercher l'Idole (1963), tradotto col titolo Aidoru o sagase (アイドルを探せ). Successivamente, grazie alla musica J-Pop e i numerosi programmi televisivi, le idol furono oggetto di vero e proprio fanatismo, diventando inoltre oggetto di anime e manga come L'Incantevole Creamy (1983), Magica Emi (1985) e poi in tantissimi prodotti di successo degli anni '90 come Fancy Lala (1998), Rossana - Il giocattolo dei bambini (1994), Sailor Moon (1991), ma anche film come Suicide Club (2002) e Perfect Blue (1997).

Miyuki Watanabe | © tokyogirlsupdate.com
Akina Nakamori idol | © weheartit.com
Kyoko Koizumi idol | © blogger.com
Seiko Matsuda idol | © mixcloud.com
L'incantevole Creamy | © blog.screenweek.it
Magica Emi | © youtube.it
Fancy Lala | © wikipedia.it
Il giocattolo dei bambini | © vivaglianni2000.it
Suicide Club | © youtube.com
Perfect Blue | © interviewmagazine.com

Preppy

Come già rimarcato nell'introduzione, gli anni '80 in Giappone sono stati caratterizzati dal benessere economico e questo lo si poteva e doveva rimarcare anche attraverso l'abbigliamento. Una grossa fetta di giovani, sopratutto universitari, adottò un abbigliamento elegante e casual di matrice statunitense, detto preppy. In Giappone è considerato una categoria della macro-area ametora ("American Traditional", termine utilizzato soprattutto per indicare il preppy ma, in generale, modo di vestire giapponese che emula lo stile americano, inglese o occidentale in generale).

Preppy | © artsandculture.google.com
Preppy | © pinterest.it

In realtà il preppy nacque negli Stati Uniti, dove indicava la sub-cultura associata ai giovani ricchi che si preparavano ad entrare nelle scuole preparatorie per accedere alle antiche e prestigiose università americane: da qui il termine "prep" ovvero "private university" o "preparatory school". Non si trattava solamente di capi di abbigliamento, ma uno stile di vita privilegiato fatto di modi di parlare e di atteggiarsi.

In America, le origini del preppy risalgono al modo di vestire della Ivy League degli anni '10. Da quel momento in poi lo stile fu definito da brand come J. Press e Brooks Brothers, i cui negozi erano all'interno dei campus della Ivy League come Yale, Princeton e Harvard.

Negli anni '70 lo stile Ivy League fu comune anche tra i giovani inglesi che conducevano una vita agita e sportiva, fatta di gite in barca e partite di golf e lacrosse: per questo motivo lo stile si arricchì di motivi a righe e plaid, abbigliamento di tipo equestre e accessori a tema nautico. Gli anni '80 son stati caratterizzati invece da brand come Ralph Lauren e Lacoste.

Preppy - Usa | © pinterest.it
Preppy - Usa | © pinterest.it
Preppy - Usa | © pinterest.it
Ralph Lauren | © pinterest.it
J. press | © pinterest.it
Brooks Brother | © ivy-style.com

Lo stile preppy arrivò in Giappone attraverso l'interpretazione di Kensuke Ishizu, il vero e primo traghettatore della moda occidentale nel paese del Sol Levante. Egli fu sia il fondatore del brand VAN (di cui ebbe enorme fortuna la serie di giacche e felpe), sia l'ideatore dello stile Ivy League giapponese.

Negli anni '80 iniziarono a girare numerose riviste straniere che sponsorizzavano lo stile preppy e che furono fonte d'ispirazione per i giovani universitari. Tra le più lette si ricordano Take Ivy (libro di fotografia di moda degli studenti della Ivy League degli anni '60) e The Official Preppy Handbook (guida umoristica allo cultura nordamericana definita "prepdom"), mentre nel 1982 in Giappone divenne celebre la rivista Cancam, così come anche Popeye.

I ragazzi giapponesi iniziarono così ad indossare camicie, cardigan, giacche eleganti, bomber, magliette polo e scarpe di pelle.

Take Ivy | © amazon.it
The official preppy handbook | © amazon.com
Cancam | © biglobe.ne.jp
Popeye | © yahoo.aleado.com
Kensuke Ishizu | © kanyetothe.com
VAN | © pinterest.it
VAN | © grailed.com

Lo stile preppy giapponese non rimase all'interno delle mura di Tokyo ma divenne celebre anche tra i giovani benestanti di Kobe e Nagoya con nome di new tora (dall'inglese "new traditional") grazie alla rivista An-An. La stessa cosa accadde a Yokohama dove il trend fu nominato hama tora e la rivista di riferimento era JJ.

In queste città lo stile di derivazione preppy fu adottato in modo più maturo soprattutto dalle ragazze, che sfoggiavano look casual e comodi (cardigan, gonne al ginocchi e blazer) impreziositi da accessori di Louis Vuitton, YSL, Fendi, Celine e foulard Pucci. Molte di loro inoltre giocavano a tennis e golf.

An-An | © pinterest.at
New tora | © artsandculture.google.com
JJ | © pinterest.jp
Hama tora | © pinterest.com

Ita kaji

Sull'onda dell'adozione dello stile occidentale, in Giappone vi fu anche dall'ita kaji ("Italian Casual"), lo stile di abbigliamento ispirato all'Italia.

La moda italiana fu interpretata in stile casual con camicie, jeans whitewashed e accessori di alta moda. A concludere il look vi era il modo di atteggiarsi, soprattutto degli uomini, ad affascinanti sex symbol.

La principale rivista di riferimento fu Men's Club.

Ita kaji | © twitter.com
Men's club | © therake.com

Bodikon

Dalla seconda metà degli anni '80 ed il raggiungimento del picco massimo di benessere sociale ed economico, i nuovi blocchi generazionali di donne adottano uno stile più maturo e consapevole. Questo trend, che pose le basi per lo shibukaji degli anni '90, è riassumibile nel bodikon ("body conscious"), ispirato soprattutto dal brand Hervé Leger: scelta di abiti mono-colore che sottolineano le forme del corpo, giacche coordinate, decolleté in pelle con tacco medio.

Bodikon | © j-fashion.fandom.com
Bodikon | © j-fashion.fandom.com
Bodikon | © j-fashion.fandom.com

Se all'inizio fu uno stile più conservativo, con la fine degli anni '80 il bodikon divenne più sensuale e legato alla vita notturna dei club. Tra il 1991 e il 1994 la base a Tokyo di questo cambiamento fu la discoteca Juliana’s. Qui si radunavano decine di donne impiegate in ufficio durante il giorno per ballare al suono della Italo house e della hardcore techno e indossando mini abiti in spandex e micro bikini. Si trattò di un cambiamento di stile importante, tanto che gli outfit da discoteca non venivano indossati durante il giorno e le scelte di stile più estreme venivano adottate dalle ballerine professioniste.

Tra i motivi che portarono alla chiusura del Juliana's, che attraeva una quantità di clienti smisurata, vi era proprio il fatto che le donne ballavano quasi nude in mezzo agli uomini.

La frequentazione di club e discoteche era molto in voga dalla seconda metà degli anni '80 in virtù dell'arrivo in Giappone dell'Eurobeat importato da Italia e Germania come colonna sonora dei nightclub ParaPara.

Bodikon - Juliana's | © japantimes.co.jp
Bodikon - Juliana's | © english.kyodonews.net
Bodikon - Juliana's | © twitter.com
Bodikon - Juliana's | © medium.com
Bodikon - Juliana's | © twitter.com

More than any other decade, the 1980s in Japan represented the turning point for the entire country from a commercial point of view, reaching the apex of economic well-being and becoming a de facto world power. From the difficult times of post-World War II hard times, the Rising Sun proved to excel in a multitude of sectors, first of all that of technology.

The Universal Exposition held in Osaka prefecture in 1970 was one of the most crowded events in the world, thus putting Japan in a new light: it was no longer a distant country sacrificed by war debts, but a new protagonist and competitor on a global scale.

Japan therefore put itself in competition with the West: on the one hand it absorbed its uses and customs, on the other it began to propose a new and own identity through artistic forms.


Preamble

During the early 1970s, the stylistic foundations were laid of what was then defined as "conceptual" during the boom of the 1980s and which, moreover, was the creative and philosophical basis of for Martin Margiela starting in 1979 and the 'following year for the "six of Antwerp".


The first very successful designer was Kenzō Takada: after studying fashion in Tokyo, he moved to Paris and in 1970 he presented his first collection at the Vivienne Gallery which was a huge success, allowing him to open his first Jungle Jap boutique. The following year his works appeared in Vogue America and the world appreciated his playful flair, a contrasting fusion between East and West composed of animal prints and voluminous shapes.

Kenzō was a reference point for Japanese fashion in Europe until 1999, the year of its exit from the scene, shortly after launching the successful perfume line (the brand still exists today).


Kansai Yamamoto became famous between 1972 and 1973 for the costumes designed for David Bowie's Ziggy Stardust Tour.

In 1975 he made his debut in Paris, where he opened his boutique two years later. He continued his collaboration with Bowie over time, for which he made numerous kimonos. In 2018 he worked with Louis Vuitton for the creation of prints and patterns inspired by the Kabuki theater.


Issey Miyake was probably the first designer to have expressed a new way of conceiving clothes, in a deconstructed way.

After studying graphic design, he worked in New York and Paris. Returning to Tokyo in 1970, he founded the Miyake Design Studio. The following year he presented his first collection in New York, which was followed by the Paris fashion shows.

His deeply innovative style of him, characterized by dark colors and technological materials (such as his famous pleated fabric), was fundamental for the development of the new artistic current, first Japanese and then Belgian of the 80s.


Junichi Arai was the first great innovator and experimenter in the textile field.

He studied computers, films and metals starting at the age of 18 from the family business where kimonos, obi and American cocktail dresses were made with metallic and synthetic fabrics. Over the next few years he designed fabrics never made before with extravagant names like Titanium Poison and Driving Rain.

His incredible genius was noticed by Issey Miyake and Rei Kawabuko who started using his inventions as early as the 1970s.


Deconstructivism and minimalism

Until the early 1980s, the focus of high fashion was essentially concentrated on the "big four": Paris, Milan, London and New York were the only cities that dictated the aesthetic standards and the whole world was turned to those catwalks to understand what to wear. The prevailing style was Western in style and had never before been questioned, changed or tampered with.

If on the one hand Kenzō Takada had the merit of being the first great Japanese designer to have expressed his flair made of poetry and lightness on the Parisian catwalks, it was however the triad composed by Issey Miyake (mentioned above), Rei Kawakubo and Yohji Yamamoto to totally break with the past and definitely change direction. Thanks to them, the "big four" rule came to an end and both Tokyo and Antwerp became centers of enormous interest for high fashion.


Rei Kawakubo, after a degree in literature at Keio Private University (the same one attended by mangaka Naoko Takeuchi), began working as a freelance stylist in 1967. Two years later she founded her fashion house Comme des Garçons and in 1973 she opened her first boutique in Tokyo.

Yohji Yamamoto, after graduating in law at Keio University, studied fashion design at Bunka Fashion College in Tokyo and in 1977 presented his first ready to wear collection.

In 1981 Yamamoto presented his first collection in Paris. The following year it was Kawakubo's turn, completely displacing the critics. Journalists called his Kawakubo collection "Hiroshima chic".


Their clothes, unlike all those made in the West, failed to comply with all the rules of composition pursued up to that moment because they no longer simply served to cover the body but had to express a concept. The clothes were different in the fabrics (often worn), in the asymmetrical cuts, in the absence of decorations, in the shapes and colors (austere, mainly white, black and gray).

The term "deconstructivism" began to be used to indicate those garments with unusual volumes: traditional garments were unmade and reassembled giving a sense of independence and not of Western reasoning.

From an economic point of view these collections were simply a disaster. In Europe they shocked the critics, who did not understand them, but had an enormous success of fame: this style, which at first was defined as "minimal", became the anti-hedonistic philosophy adopted in Belgium by designers such as Martin Margiela (defined at times by the French "la mode Destroy") and later by the "Six of Antwerp" (Dries van Noten, Ann Demeulemeester, Dirk Van Saene, Walter Van Beirendonck, Dirk Bikkembergs and Marina Yee).

The reference to Japan (especially to that of Rei Kawakubo) can be found in the entire conceptual philosophy of Margiela starting with her first collection in 1988 in which he presented the iconic Tabi shoes, which in many ways denoted the symbol of the maison.

Tabi are actually a Japanese invention dating back to the 15th century, a time when cotton was imported from China and the Japanese began to make socks in this material by dividing the big toe from the rest of the toes, so that you can wear traditional sandals.


Rei Kawakubo advocated for a new generation of emerging designers who embraced that unconventional approach, sponsoring Junya Watanabe and Undercover.

Her merit was also that of approaching fashion photography in the first person: from 1988 to 1991 she published in the magazine SIX, conceived and edited by her collaborator Atsuko Kozasu. The magazine published black and white photographs that represented the aesthetic of the brand without the use of words. The shots were taken by illustrious photographers such as Peter Lindbergh, Bruce Weber and Kishin Shinoyama. Some of them also immortalized Kawakubo's dresses in timeless portraits.


Karasu zoku

Deconstructivism can be interpreted as a counterculture of high fashion. It has had a huge impact not only in Europe but has challenged aesthetic (and ethical) values in Japan as well. This aspect was evident after the Parisian fashion shows of Yohji Yamamoto and Rei Kawakubo in the Omotesandō district, where a current that developed throughout the decade took hold: karasu zoku (literally "group of crows"). Not surprisingly, on the cover of the issue 4 of SIX of 1989 there was just a crow.

It was mainly women, who walked the streets dressed in oversized and total black dresses (in different shades) that created an androgynous silhouette. To complete the look, new wave-inspired make-up (smokey eyes) and straight hair, possibly with short bangs.

The idea was to recreate the outfits proposed by Yamamoto and Kawakubo in every detail and, who could afford it, sported original pieces by Comme de Garçons.


Kote Kei

During the 80s the foundations were also laid for the development of what in the 90s will be referred to as visual kei, or belonging to the Japanese rock music scene. Kote kei was its forerunner style: on the wave of the new wave and dark music of the 80s, those belonging to this situation sported a look with references to punk, glam rock and dark. They wore leather clothes, studs, buckles and wore their hair backcombed, referring to hair metal (Bon Jovi, Europe and Aerosmith) and Robert Smith.


Otome, Kawaii, Idol

The styles of the 1980s in Japan were influenced by both music and fashion magazines.

In 1982 Magazine House publishing house launched Olive magazine in which it defined the otome style thanks to the proposals of the Japanese stylist Tsumori Chisato - after attending Bunka Fashion College, Chisato in 1977 worked for Issey Miyake before launching her personal brand in 1990. Her style is famous for colorful prints inspired by the world of manga and contemporary art.


The otome style (translatable as "maiden"), mainly represented by the Pink House brand (whose style will later be defined natural kei), referred to an ancient and simple, made of lace, bows and laces, soft colors like pastel shades, vintage references, long skirts and Oxford or Mary Jane shoes. It was a huge hit among high school girls.

All the motifs of the otome represent the basis of the lolita style of the 90s and of the kawaii - Japanese term that means "cute", "adorable" and that starting from the 80s becomes a real sub-culture concerning ways to talk and dress children but also characters from manga, anime and video games.


It is no coincidence, therefore, that the 80s are considered the golden years of idols, or incredibly popular teenagers in the entertainment world. The idols are singers, dancers, actresses, have a sweet and kawaii appearance and have a predominantly male audience.

This phenomenon was born in the 70s starting from the film Cherchez l'Idole arrived in Japan (1963), translated with the title Aidoru or sagase (ア イ ド ル を 探 せ). Subsequently, thanks to J-Pop music and numerous television programs, the idols were the object of real fanaticism, also becoming the subject of anime and manga such as The Enchanting Creamy (1983), Magica Emi (1985) and then in many products of 90s successes such as Fancy Lala (1998), Rossana - Children's toy (1994), Sailor Moon (1991), but also films such as Suicide Club (2002) and Perfect Blue (1997).


Preppy

As already pointed out in the introduction, the 1980s in Japan were characterized by economic well-being and this could and should also be emphasized through clothing. A large portion of young people, especially university students, adopted an elegant and casual American-style clothing, called preppy. In Japan it is considered a category of the macro-area amethora ("American Traditional", a term used mainly to indicate the preppy but, in general, a Japanese way of dressing that emulates the American, English or Western style in general).


In reality, the preppy was born in the United States, where it indicated the sub-culture associated with rich young people who were preparing to enter the preparatory schools to access the ancient and prestigious American universities: hence the term "prep" or "private university" or " preparatory school ". It was not just about clothing, but a privileged lifestyle made up of ways of speaking and posturing.

In USA, the origins of preppy date back to the Ivy League dress of the 1910s. From then on, the style was defined by brands such as J. Press and Brooks Brothers, whose stores were located on Ivy League campuses such as Yale, Princeton and Harvard.

In the 70s the Ivy League style was also common among young Englishmen who led an agitated and sporty life, made of boat trips and golf and lacrosse games: for this reason the style was enriched with striped and plaid motifs, clothing equestrian type and nautical themed accessories. The 80s were instead characterized by brands such as Ralph Lauren and Lacoste.


The preppy style arrived in Japan through the interpretation of Kensuke Ishizu, the real and first ferryman of Western fashion in the land of the Rising Sun. He was both the founder of the VAN brand (whose series of jackets and sweatshirts was enormously successful), and the creator of the Japanese Ivy League style.

In the 1980s, numerous foreign magazines sponsored the preppy style and which were a source of inspiration for college students began to run. Among the most read are Take Ivy (a fashion photography book by Ivy League students from the 1960s) and The Official Preppy Handbook (a humorous guide to North American culture called "prepdom"), while in 1982 the magazine Cancam became famous in Japan, as well as Popeye.

Japanese boys began to wear shirts, cardigans, elegant jackets, bombers, polo shirts and leather shoes.


The Japanese preppy style did not remain within the walls of Tokyo but also became famous among the wealthy young people of Kobe and Nagoya with the name of new tora (from the English "new traditional") thanks to the An-An magazine. The same thing happened in Yokohama where the trend was named hama tora and the reference magazine was JJ.

In these cities the preppy style was adopted in a more mature way especially by girls, who sported casual and comfortable looks (cardigans, knee-length skirts and blazers) embellished with accessories by Louis Vuitton, YSL, Fendi, Celine and Pucci scarves. Many of them also played tennis and golf.


Ita kaji

On the wave of the adoption of the Western style, in Japan there was also the ita kaji ("Italian Casual"), the style of clothing inspired by Italy.

Italian fashion was interpreted in a casual style with shirts, whitewashed jeans and high fashion accessories. To conclude the look there was the way of posing, especially of men, as fascinating sex symbols.

The main reference magazine was Men's Club.


Bodikon

From the second half of the 1980s and the achievement of the maximum peak of social and economic well-being, the new generational blocks of women adopt a more mature and conscious style. This trend, which laid the foundations for the shibukaji of the 90s, can be summarized in the bodikon ("body conscious"), inspired above all by the Hervé Leger brand: choice of mono-colored dresses that emphasize the shape of the body, coordinated jackets, décolleté in leather with medium heel.


If at the beginning it was a more conservative style, with the end of the 80s the bodikon became more sensual and linked to the nightlife of clubs. Between 1991 and 1994 the Tokyo base for this change was Juliana's nightclub. Dozens of office workers gathered here during the day to dance to the sound of Italo house and hardcore techno and wearing mini spandex dresses and micro bikinis. It was an important style change, so much so that disco outfits were not worn during the day and the most extreme style choices were adopted by professional dancers.

Among the reasons that led to the closure of the Juliana's, which attracted an immeasurable amount of customers, there was precisely the fact that the women danced almost naked among the men.

Attending clubs and discos was very popular from the second half of the 1980s due to the arrival in Japan of Eurobeat imported from Italy and Germany as the soundtrack of ParaPara nightclubs.

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