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Sakeya

In zona Sant'Agostino dal 2016 trovate la prima "casa del sakè" d'Italia chiamata per l'appunto Sakeya, un progettodi Luigi Ferraboschi e Maiko Takashima (già fondatori di Sake Company).

Il locale, semplicemente meraviglioso, ricorda in tutto e per tutto il tipico stile dei cocktail bar giapponesi, quelli che è possibile visitare a Ginza e Roppongi a Tokyo o a Kyoto.


I cocktail bar giapponesi sono una reinterpretazione dei cocktail bar statunitensi del proibizionismo e del periodo appena precedente.

La fine dell'800 ha rappresentato l'epoca d'oro dei cocktail negli USA grazie a Jerry Thomas e i classici drink pre-proibizionismo. Questo periodo si è sovrapposto con l'era Meiji (conosciuta per l'apertura del Giappone all'Occidente dopo 200 anni di chiusura totale). Molti ambasciatori americani si recarono in Giappone ai tempi e, tra i vari scambi, vi fu anche l'introduzione dei cocktail nella Terra del Sol Levante - l'imperatore era solito intrattenere i suoi ospiti con queste alcoliche novità.

Col tempo la cultura del bartending in Giappone si è cristallizzata e feticizzata: i cocktail bar giapponesi hanno infatti uno stile anni '20 e '30 sia nell'arredamento (grande uso del legno, cristalleria d'epoca e staff elegante in camicia bianca, bretelle e giacca), che nello stile dei drink, la cui artigianalità ha raggiunto i massimi livelli - tanto che il mondo dei cocktail giapponesi è molto chiuso, non comunica con l'esterno e si è appunto fissato.


Questo è proprio l'ambiente di Sakeya, come uno speakeasy giapponese dedicato al mondo degli alcolici nipponici: whisky, gin, shochu, awamori, cocktail (perfetti da consumare al piccolo banco del bar) e ovviamente sakè (oltre 150 etichette provenienti da 47 prefetture del Giappone).

Qui tutto è studiato per godere al meglio l'esperienza del bere e del food pairing, fatevi dunque guidare dai consigli del preparatissimo sake sommelier, nonché perfetto padrone di casa, Yasumasa Yamasaki.


Il menù, in carta di riso e con incisioni in stile Hokusai, presenta uno stile di cucina che richiama fortemente quello di Kyoto, basato sul territorio e stagionalità degli ingredienti (il termine "obanzai", presente all'inizio del menù, indica proprio questo stile tradizionale).

E' possibile optare per due menù degustazione (da cinque o da sei portare) a cui abbinare un percorso sakè, oppure per i piatti singoli alla carta.


Per iniziare vi consiglio di ordinare il wagyu tataki (sashimi di Wagyu qualità A5 scottato, insalata di daikon e carota, uovo cotto a bassa temperatura e salsa piccante), rimarrete colpiti dalla bontà della carne.

Non posso poi mancare assolutamente i kushiyaki, gli spiedini cotti sul carbone ardente. Io ho optato per il mix in cui sono compresi sei spiedini diversi: momo (coscia di pollo), tsukune (polpettine di pollo in salsa teriyaki), bacon tomato (pomodoro ciliegino avvolto in una fetta di bacon), salmon (salmone in salsa teriyaki), kinoko (funghi in salsa di soia al burro) e kabocha (zucca in salsa di soia al burro). Il sentore della brace è evidente ma mai invasivo, una vera e propria delizia!

A seguire le specialità di chef Masaki Inoguchi, tutte estremamente invitanti. La scelta ricade su Yaki tako (polpo confit cotto in tre fasi, purea di zucca aromatizzata al masala, chips di patate dolci viola): penso di non avere mai mangiato un polpo cotto così bene in vita mia, semplicemente sublime.

Imperdibile anche lo shime domburi (riso con uovo cotto a bassa temperatura, porro e salsa teriyaki) con unagi (anguilla alla brace con salsa teriyaki), uno dei migliori unagi don mai mangiati a Milano in assoluto!

Il resto del menù è un trionfo di delizie: gindara, iberico miso nikomi, goma hirasama e i chirashi sushi - tutti validissimi motivi per tornare a gustarli quanto prima.

La carta dei dolci è un trionfo (per ogni scelta si può abbinare un calice di sakè o umeshu): uji matcha anko (gelato al tè matcha, crema di anko, marmellata di yuzu, meringa, kinako), younashi harumaki (involtino fritto ripieno di pera, gelato al gorgonzola, crumble di pistacchio, miele tartufato), kuri hiroi (gelato al tofu e latte di cocco, crema di castagna, marrone candito, crumble di castagne e tè tostato hojicha, prugne essiccate, chips di pasta con cioccolato) e wagashi no miriawase (selezione di dolci della tradizione: dorayaki, kasutera e mochi). Vi consiglio di provarli tutti, sono davvero sublimi. Raramente si trovano dei dessert così ricercati, delicati e anche fantasiosi in un ristorante giapponese tradizionale.


La mia esperienza da Sakeya è stata indimenticabile: il locale permette di fare un viaggio nello spazio, immergendo il cliente nell'atmosfera tipica giapponese dei cocktail bar di altissimo livello, lo staff è impeccabile e le proposte della cucina sono un crescendo di delizie continuo.

Sicuramente il conto finale risulta molto importante, ma giustificato da tutte le attenzioni risposte in ogni singolo dettaglio e dalla qualità dell'atmosfera. Quando vi recherete alla cassa a fine serata date un'occhiata alla brigata all'opera in cucina (molto piccola e a vista), rimarrete ipnotizzati dalla gestualità dello chef e dei cuochi.

Sakeya è un locale stupendo, non comprendo perché non se ne parli mai. O forse è meglio così, dovrebbe restare una perla nascosta, un luogo di pace dove cenare o gustare un drink a fine serata lontano dalla movida della città. Dopo questa cena è entrato a pieno titolo tra i migliori ristoranti giapponesi di Milano (secondo me).


🌎 https://sakeya.it/

📍 Via Cesare da Sesto 1, Milano

📞 02 9438 7836

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Sakeya | © Cookingwiththehamster

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Entrée | © Cookingwiththehamster

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Wagyu tataki | © Cookingwiththehamster

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Kushiyaki | © Cookingwiththehamster

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Yaki tako | © Cookingwiththehamster

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Unagi domburi | © Cookingwiththehamster

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Edamame | © Cookingwiththehamster

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Uji matcha anko | © Cookingwiththehamster

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Younashi harumaki | © Cookingwiththehamster

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Kuri hiroi | © Cookingwiththehamster

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Wagashi no moriawase | © Cookingwiththehamster