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Lee’s Korean Restaurant Nagrin

In Via Gustavo Fara 17, a Milano, c’è un ristorante coreano in cui ho mangiato diverse volte e che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni: si chiama Lee’s Korean Restaurant Nagrin.

Il signor Cho, proprietario, ha accettato di incontrarmi per raccontarmi tutto quello che c’è da sapere su questo locale e perché è così importante per Milano e gli italiani.


Incontro il signor Cho durante un torrido pomeriggio dell’estate milanese. Mi fa accomodare nel suo ristorante e accetta di farsi intervistare perché gli preme che la gente conosca la cultura coreana. La cucina è un mezzo. La sua storia è molto interessante e mi rapisce fin da subito. Di lui mi colpiscono la gentilezza e la profonda onestà. Scopro subito che in realtà il locale è gestito dalla moglie, che è la chef (il ristorante prende il nome dal suo cognome, infatti). Entrambi hanno aperto per il loro primo locale nel 2009 con lo scopo ben preciso di fare conoscere la propria cultura agli italiani. I due hanno iniziato a lavorare in Italia in ambito culturale: il signor Cho si occupava difatti del Cricci, il Centro Ricerche Culturali tra Corea e Italia. Lì ha insegnato per tredici anni la propria lingua, pubblicando anche libri. Mi racconta delle grandi difficoltà che ha dovuto affrontare all’inizio. Della Corea non era oscura solamente la storia ma vi era anche un fortissimo pregiudizio, molte persone associavano la Corea del Sud a quella del Nord, ignorando che si tratta invece di uno dei paesi più sicuri al mondo.

All’epoca siamo stati dei pionieri, abbiamo iniziato a parlare di Corea molto prima che si parlasse del K-pop e lo abbiamo fatto con orgoglio. Ma è stato difficile fin da subito farci conoscere perché la differenza tra cinesi, giapponesi e coreani non era molto chiara alle persone. La cucina coreana ha 5000 anni di storia alle spalle ma è anche la cucina asiatica meno conosciuta, la Corea è il paese asiatico meno conosciuto. Di essa si conoscono solo i grandi marchi, come Samsung, ma dietro c’è una grande cultura che ha reso possibile lo sviluppo di questa tecnologia che ha trainato l’intero Paese. All’inizio del secolo scorso la Corea non esisteva perché l’impero giapponese aveva annesso il nostro Paese al loro. Quindi quando gli occidentali vedevano per esempio un manufatto asiatico, indipendentemente dal paese di origine, dicevano che era cinese o giapponese. Questo succedeva perché tra quei paesi e l’occidente c’erano stati grandi scambi culturali in quel periodo. Dopo l’indipendenza, in Corea c’è stata la guerra civile che ha diviso il Paese in due: negli anni ’60 la Corea era uno dei paesi più poveri del mondo. Quindi, mentre noi cercavamo di alzarci, Cina e Giappone avevano avuto il tempo di farsi conoscere nel mondo.

Il grande salto è stato reso possibile grazie alla moglie a cui è venuta l’idea di aprire un ristorante di cucina coreana: attraverso il cibo sarebbe stato più facile ed immediato far conoscere le proprie origini. E proprio grazie a questa scelta, il signor Cho è stato chiamato dall’Università di Milano che gli ha chiesto di insegnare presso la struttura nel Dipartimento di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Interculturali. Questa concomitanza di eventi ha dato molta visibilità al ristorante che ha avuto grande successo anche tra gli italiani. A dicembre 2017 la scelta di trasferirsi in un locale più grande (l’attuale). Anche qui la voglia di far conoscere la propria terra è palpabile: è stato infatti installato un proiettore dal quale vengono mandati in onda filmati sulla Corea che riguardano i paesaggi, la vita quotidiana, l’arte, l’abbigliamento e così via. Non si tratta quindi solamente di consumare un pasto autentico, ma di conoscere una cultura lontana attraverso vari stimoli. Lo staff di sala è composto da ragazze giovani ed entuasiaste. Vengono formate continuamente per dare ai clienti più informazioni dettagliate possibili.

E una volta sfogliato il menù colpisce la dicitura “Alta cucina coreana”. Ma subito vengo istruita:

Quando parliamo di alta cucina coreana intendiamo l’applicazione della tecnica tradizionale alla cucina. La base è sicuramente la fermentazione che viene applicata alle salse: piccante (Gochujang), di soia e la pasta di soia (Doenjang). Anche i giapponesi hanno la soia fermentata (Miso) ma è diversa perché usano microorganismi e tempi di conservazioni differenti. Ed è questo che fa la differenza nel gusto, altrimenti sarebbe una cucina moderna. Noi siamo tradizionali.

Mi spiega che il loro kimchi è 100% tradizionale e perfino tanti clienti coreani lo lodano, dicendo che è migliore di quello che possono trovare da loro (in Corea molti ristoratori lo comprano già fatto). E le basi che non possono preparare le importano direttamente dalla Corea.

La base delle salse fermentate non ci è possibile farle in Italia perché ci vogliono delle giare di terracotta in cui far maturare il prodotto per troppo tempo. Ma una volta comprati questi ingredienti noi li lavoriamo secondo una tecnica segreta, senza usare additivi o glutammato. Il sapore è quindi unico: il glutammato, per esempio, è usato nelle cucine di tantissimi locali ma tende a standardizzare il gusto. Da noi questo non accade. E con la stessa dedizione e attenzione noi lavoriamo il bibimbap o il bulgoghi, scegliendo il miglior filetto, preparando la migliore marinatura possibile. Da noi non c’è un piatto migliore dell’altro: sono tutti unici perché freschi e fatti artigianalmente.

Il signor Cho mi spiega che anche le posate hanno una loro storia ed è importante conoscerla perché ogni dettaglio è cultura. Inizia mostrandomi la zuppiera reale.

Anticamente solo i re e i nobili potevano mangiare questa zuppa. A ciò si collegano le posate: i nobili le usavano in argento perché se toccando con la posata il cibo essa cambiava colore, significava che vi era del veleno. Quando poi è stato introdotto l’uso dell’acciaio, le posate venivano fatte con questo materiale. In Corea il legno è sempre stato considerato poco igienico per le bacchette.

Da Lee’s Korean è possibile anche gustare dolci che difficilmente è possibile trovare in altri ristoranti, spesso è complicato trovarli anche in Corea, come il gotgamssam (caco essicato con all’interno noci e pinoli), i hodugangjeong (noci caramellate con polvere di cereali tostati) e i Yakgwa (biscotti di impasto di farina con miele con sciroppo di cannella e giuggiole coreane). Fanno anche il bingsu secondo la ricette antica: la macchina che utilizzano per tritare il ghiaccio non lo rende come neve, ma come una granita. In principio il ghiaccio veniva infatti grattato a mano e presentava qualche pezzetto grezzo. Tra le bevande compaiono lo soju, le birre artigianali, il vino di riso aromatizzato con erbe medicinali, il vino di riso al lampone nero coreano, e il Maggulli (vino di riso fermentato molto forte famosissimo in Corea), il tè alla senna (pianta da cui si prendono i semi per fare il tè) e il buonissimo sueonggwa (bevanda tradizionale allo zenzero, cannella e cachi essiccati in infusione) fatto da loro.


In conclusione, Lee’s Korean si conferma come un ristorante che propone un ampio ventaglio di scelta, quindi ottimo se è la prima volta che mangiate coreano. Le porzioni però, a mio avviso, non sono abbondanti ed il loro prezzo è piuttosto elevato rispetto alla media. Sicuramente la materia prima è di prima scelta ed è cucinata a dovere, ma bisognerebbe rivedere alcune piccole accortezze come i banchan compresi nel prezzo del coperto: in praticamente tutti gli altri ristoranti coreani (cosi come in Corea) essi sono offerti, mentre qui sono opzionabili a parte ad un prezzo esoso.

© Cookingwiththehamster


Dolsot Bibimbap | © Cookingwiththehamster
Japchae | © Cookingwiththehamster
Tteokbokki | © Cookingwiththehamster
Osek kyungdan | © Cookingwiththehamster

At Via Gustavo Fara 17, in Milan, there is a Korean restaurant where I have eaten several times and which has always given me great satisfaction: it is called Lee’s Korean Restaurant Nagrin.

Mr. Cho, owner, agreed to meet me to tell me everything there is to know about this place and why it is so important for Milan and the Italians.


I meet Mr. Cho on a torrid afternoon in Milan’s summer. He makes me sit in his restaurant and agrees to be interviewed because he cares that people know Korean culture. The kitchen is a medium. His story is very interesting and he kidnaps me right away. I am struck by kindness and deep honesty. I immediately discover that, in fact, the place is run by his wife, who is the chef (the restaurant takes its name from his last name). Both opened their first restaurant in 2009 with the specific purpose of making their culture known to Italians. The two began working in Italy in the cultural field: Mr. Cho was in fact in charge of Cricci, the Cultural Research Center between Korea and Italy. There he taught his own language for thirteen years, also publishing books. He tells me about the great difficulties he faced at the beginning. Korea was not only obscured by history but there was also a very strong prejudice, many people associated South Korea with that of the North, ignoring that it is instead one of the safest countries in the world.

At the time we were pioneers, we started talking about Korea long before we talked about K-pop and we did it with pride. But it was hard right away to let us know because the difference between Chinese, Japanese and Koreans wasn’t very clear to people. Korean cuisine has 5000 years of history behind it but it is also the least known Asian cuisine, Korea is the least known Asian country. Only the big brands, such as Samsung, are known to it, but behind it is a great culture that has made possible the development of this technology that has driven the entire country. At the beginning of the last century Korea did not exist because the Japanese Empire had annexed our country to theirs. So when Westerners saw an Asian artifact, for example, regardless of the country of origin, they said it was Chinese or Japanese. This was because there had been great cultural exchanges between those countries and the West at that time. After independence, in Korea there was the civil war that divided the country in two: in the 1960s Korea was one of the poorest countries in the world. So as we tried to get up, China and Japan had had time to make themselves known in the world.

The big jump was made possible thanks to the wife who came up with the idea of opening a Restaurant of Korean cuisine: through food it would have been easier and more immediate to make known their origins. And thanks to this choice, Mr. Cho was called by the University of Milan who asked him to teach at the facility in the Department of Sciences of Linguistic Mediation and Intercultural Studies. This concomitant of events gave a lot of visibility to the restaurant that has been very successful even among Italians. In December 2017 the choice to move to a larger room (the current one). Here, too, the desire to make your land known is palpable: a projector has been installed from which films about Korea are aired that concern landscapes, daily life, art, clothing and so on. It is therefore not just a question of eating an authentic meal, but of knowing a distant culture through various stimuli. The room staff is made up of young and enthusiastic girls. They are trained continuously to give customers as much detailed information as possible.

And once you’ve browsed through the menu, it’s the words “High Korean cuisine.” But immediately I get instructed:

When we talk about Korean haute cuisine we mean the application of traditional technique to cooking. The basis is definitely the fermentation that is applied to sauces: spicy (Gochujang), soy and soy paste (Doenjang). The Japanese also have fermented soybean (Miso) but it is different because they use microorganisms and different conservation times. And that’s what makes the difference in taste, otherwise it would be a modern kitchen. We are traditional.

He explains that their kimchi is 100% traditional and even many Korean customers praise him, saying it’s better than what they can find from them (in Korea many restaurateurs buy it already done). And the basics they can’t prepare import them directly from Korea.

The base of the fermented sauces is not possible in Italy because it takes terracotta jars in which to mature the product for too long. But once we buy these ingredients we work them according to a secret technique, without using additives or glutamate. The taste is therefore unique: glutamate, for example, is used in the kitchens of many restaurants but tends to standardize the taste. That doesn’t happen here. And with the same dedication and attention we work the bibimbap or the bulgogi, choosing the best fillet, preparing the best marinating possible. There is no better dish here than the other: they are all unique because they are fresh and handcrafted.

Mr. Cho explains to me that cutlery also has its own history and it is important to know it because every detail is culture. Start by showing me the real soup.

In ancient times only kings and nobles could eat this soup. To this are connected the cutlery: the nobles used them in silver because if touching with the cutlery the food changed color, it meant that there was poison. When the use of steel was introduced, cutlery was made from this material. In Korea, wood has always been considered unhygienic for chopsticks.

From Lee’s Korean you can also enjoy sweets that you can hardly find in other restaurants, it is often difficult to find them even in Korea, such as gotgamssam (dried perison with walnuts and pine nuts inside), hodugangjeong (caramelized nuts with powder of roasted cereals) Yakgwa (flour dough biscuits with honey with cinnamon syrup and Korean jug). They also do bingsu according to the ancient recipes: the machine they use to chop ice does not make it like snow, but as a granita. In the beginning, the ice was in fact scratched by hand and had a few raw pieces. Drinks include soju, craft beers, rice wine flavored with medicinal herbs, Korean black raspberry rice wine, and Maggulli (very strong fermented rice wine very famous in Korea), seine tea (a plant from which seeds are taken to make the tea) and the yummy sueonggwa (traditional ginger drink, cinnamon and dried perisons in infusion) made by them.


In conclusion, Lee's Korean is confirmed as a restaurant that offers a wide range of choices, so excellent if it is the first time that you eat Korean. The portions, however, in my opinion, are not abundant and their price is quite high compared to the average. Certainly the raw material is first choice and it is cooked properly, but we should review some small precautions such as the banchan included in the price of the cover: in practically all the other Korean restaurants (as well as in Korea) they are offered, while here they are optional apart from an exorbitant price.


🌎 http://www.lees.it 📍 Via Gustavo Fara 17, Milan 📞 +39 02 3826 5350 💰 $$$


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